Il custode

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Lo incontro in un edificio a due piani di mattoncini rossi, di fianco a un parcheggio, dove c’è lo storico pub dei tifosi dello Sheffield Wednesday. Lo stadio di Hillsborough, nascosto qualche centinaio di metri più in là tra le casette a tetto spiovente della zona, non si vede. Ma la sua presenza incombe sotto il cielo plumbeo del South Yorkshire. Afferrando una pinta di birra con le lunghe dita nodose, Martin comincia a raccontare.

«Sono stato uno dei custodi di Hillsborough per oltre quarant’anni, il mio compito era di chiudere i cancelli, e di imprigionare lì dentro i segreti che non dovevano uscire. Litigi, scazzottate, scommesse, tutto quello che succede normalmente in uno spogliatoio ma non si deve fare trapelare all’esterno. Sono abituato a nascondere le cose. Coprire, dissimulare, è il mio lavoro. Ma quello che hanno fatto loro è troppo. Un insabbiamento di queste dimensioni non si era mai visto».

 

Tiro fuori dalla cartelletta i miei appunti e li controllo. I fatti sono noti. Il 15 aprile 1989, giorno della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest, a causa di un’errata gestione del flusso di spettatori da parte delle forze dell’ordine, che lasciano entrare nello stadio molte più persone del dovuto nella tribuna di Lepping Lane – dove sono allocati i tifosi del Liverpool –, si scatena il panico. La polizia con una serie di violente cariche comprime ancora di più gli spettatori all’interno del settore. Temevano un’invasione di campo, diranno poi. Nel fuggi fuggi generale uomini e donne di ogni età rimangono schiacciati contro i muri e le transenne dell’impianto. Altri sono calpestati mentre cercano di trovare la salvezza entrando in campo o dirigendosi verso l’uscita, ricacciati dentro a manganellate dai bobbies che li chiudono da entrambi i lati. È una carneficina. In tutto i morti sono 96. Il più piccolo ha dieci anni, il più anziano sessantasette.

hillsborough2Hillsborough, schiacciati contro le reti

Martin mi spiega che solo l’anno scorso, dopo 23 lunghi anni di appelli, petizioni e battaglie legali da parte della Kop, la storica curva di Anfield dove si ritrovano i tifosi del Liverpool, un comitato di cittadini è riuscito a far desecretare le oltre 400 mila pagine di documenti che dimostrano la responsabilità delle forze dell’ordine: sia al momento della mattanza, sia nel tentativo a posteriori di mettere tutto a tacere falsificando referti e documenti. Una marea di pagine da cui traspare l’opera di copertura e insabbiamento messa in atto dal governo conservatore della Thatcher. «Non mi stupisce che sabato nessuno abbia voluto dedicare un minuto di silenzio a quella strega, mentre ogni anno su tutti i campi si omaggiano le vittime di quella strage» – mi dice Martin mentre prende in mano una copia del Daily Mirror.

Cerca tra le pagine, poi legge con voce ferma l’articolo in cui la presidentessa dell’associazione dei famigliari delle vittime scrive: “Non siamo ancora riusciti a provare il collegamento diretto tra l’operazione di copertura e l’allora primo ministro Thatcher, ma la campagna mediatica orchestrata dalla stampa conservatrice è stata evidente fin da subito, e questo vale più di un qualsiasi appunto scritto di suo pugno”. Martin mi mostra l’articolo, poi fa un lungo sorso di birra e mi chiede: «La sai la storia del Sun?».

Hillsborough, supporter contro il Sun

Come no, penso, nessuno l’ha dimenticata qui nel cuore profondo dell’Inghilterra, dove da quel giorno il Sun non vende più una copia. A Sheffield, Nottingham, Manchester, e soprattutto Liverpool, dove gli edicolanti si rifiutano di riceverlo la mattina. The Sun, il quotidiano più letto del paese, quello che più contribuisce a formare l’opinione pubblica. Lo stesso tabloid che nella primavera del 1979 insieme a Saatchi & Saatchi aveva coordinato la campagna per l’elezione della Thatcher. Pochi giorni dopo la tragedia, su indicazione “di un parlamentare conservatore”, come hanno ammesso anni dopo il direttore e diversi giornalisti, pubblica un’inchiesta fittizia che passerà alla storia come il titolo in prima pagina che la lancia: The Truth. La Verità.

«In quelle pagine di pseudo inchiesta i tifosi del Liverpool sono dipinti come un manipolo di ubriachi, violenti, che si sono massacrati tra di loro. E virgolettati fasulli di testimonianze mai rese, raccontano che i supporter superstiti avrebbero urinato sui cadaveri e poi, come sciacalli, si sarebbero avventati sui loro portafogli» – racconta Martin, mentre le gocce di pioggia cominciano a scendere sulla vetrata del pub. Comincio a capire. Quello che emerge leggendo i documenti desecretati non è solo la mancanza di coordinamento tra le forze dell’ordine, o la brutale risposta data dalle guardie a decine di persone che imploravano una via di fuga e invece sono state ricacciate a manganellate nella loro bara. Quello che salta fuori in maniera evidente è che è stato coperto tutto in maniera consapevole, falsificando centinaia di documenti ufficiali che avrebbero provato la responsabilità della polizia e, soprattutto, l’innocenza di centinaia di persone additate a responsabili della propria morte. Questa è The Truth.

Hillsborough, copertina del Sun The Truth

«Per lunghi anni quell’inchiesta è stato il manifesto dietro cui è avvenuta la macelleria sociale che ha trasformato il paese, grazie alla Thatcher prima e al suo epigono Blair poi» – racconta Martin mentre con le mani disegna un’immaginaria mappa dell’isola. «Centinaia di migliaia di persone che in quegli anni hanno perso il lavoro a causa delle folli privatizzazioni, sono state dipinte come violenti mostri, senza morale o dignità. Il nuovo impero nascente poteva, e doveva, fare a meno di loro. Famiglie intere che avevano perso il lavoro, costrette a vivere con il sussidio sociale, buono solo a rimanere a galla nel mare di merda in cui le avevano gettate, erano agli occhi del mondo la monnezza sadica e violenta raccontata dal Sun. Quella finta inchiesta giornalistica è diventata non solo la verità ufficiale giudiziaria, ma anche la narrazione più adatta per giustificare la dismissione forzata di un’intera classe sociale».

«Fu un disastro annunciato» – dice Martin, e le mani per un attimo gli tremano. »Io non sono un politico, sono un custode, una persona semplice. Però certe cose le capisco. Nei confronti dei tifosi per tutto il decennio erano state prese una serie di misure repressive che servivano a contenere il malcontento popolare. Negli stadi era incanalata la rabbia che nasce altrove, nelle fabbriche e nelle miniere, e poi era schiacciata con la violenza. Era necessaria una data che segnasse la svolta, il cambiamento. L’hanno ottenuta il 15 aprile 1989 a Hillsborough». Lo guardo negli occhi, e gli chiedo se semplicemente la situazione non fosse sfuggita di mano a un governo che proclamava legge e ordine. Martin scuote la testa, poco convinto. Quando riattacca la voce è ferma, sicura:

«C’è un filo nero che collega la battaglia di Lewisham del 1977 a quella nello stadio di Kenilworth Road nel 1985. Sono gli stessi fascisti che provocano nelle piazze, protetti dalla polizia, che poi agiscono indisturbati all’interno degli stadi. Violenza genera repressione. E per il capitalismo in crisi la repressione era l’unico modo di portare avanti le politiche di distruzione del tessuto sociale del paese. A Kenilworth Road, dove ci sono quelli del National Front, la polizia lascia fare. Non interviene. A Hillsborough, dove ci sono i portuali di Liverpool, ecco la strage».

Rimango basito, e gli chiedo se è sicuro di quello che mi sta raccontando. «Certo, pensa che il medico legale incaricato, nemmeno un quarto dopo il massacro, aveva già decretato la morte per asfissia irreversibile delle 94 persone rimaste a terra [un ragazzo muore 4 giorni dopo in ospedale, un altro 4 anni dopo, quando gli staccano il respiratore artificiale. NdR]. E invece gli esami post-mortem l’hanno smentito, stabilendo che 28 delle vittime non presentavano alcuna ostruzione cardiovascolare, e 31 avevano il cuore e i polmoni in funzione anche dopo l’ondata di panico. Quindi la maggior parte di loro era vittima di asfissia reversibile e si sarebbe potuta salvare. Per non parlare di testimoni che dichiararono, inascoltati, di aver visto alcune delle vittime che ancora respiravano alle 15,15. L’ora in cui tutti dovevano per forza essere morti».

Hillsborough, tifosi in cerca di salvezza

Alzo gli occhi dal tavolo e guardo fuori dalla finestra, in quella pioggia oramai battente, cercando una via di uscita da quello che mi è stato appena raccontato. Ma un cielo troppo nero schiaccia a terra questo lembo di terra emersa nel mare nel nord, impedendo anche solo di immaginare che ci sia una via di fuga. «Così dovevano andare le cose, e così sono andate. La crisi aveva raggiunto il suo apice, e i padroni dovevano reinventarsi il loro dominio sotto altre forme. I morti di Hillsborough, delle bestie ubriache e violente morte per colpa loro, sono serviti prima a giustificare un’ulteriore repressione dentro e fuori gli stadi. Poi, sul lungo termine, a cambiare il calcio come era stato cambiato il paese».

«Dopo Hillsborough c’è il rapporto Taylor, con tutte le misure studiate appositamente per fare nascere la Premier League dei diritti televisivi miliardari e dei capitali stranieri nascosti nei paradisi fiscali» – continua Martin, scuotendo la testa. L’odore dell’ennesima pinta di birra comincia coprire quello della colla per legno che stagna immobile nei pub inglesi. Gli chiedo dello Sheffield Wednesday, che sabato ha perso a Leeds e lotta in fondo alla classifica della Championship. Del giovane Michail Antonio, meravigliosa ala destra degli Owls che si è rotto un legamento a fine marzo dopo avere fatto 9 gol e 12 assist nella sua prima stagione da titolare.

Guarda fuori per un attimo, in silenzio, poi senza nemmeno girarsi risponde che appartiene a una classe sconfitta, cui è stato tolto ogni diritto e anche ogni svago. Che le partite oggi le può vedere solo alla TV, perché il biglietto dello stadio costa troppo. Si gira di scatto, e questa volta è lui a cercare tra i miei appunti. Trova le dichiarazioni con cui il premier Cameron l’anno scorso si è scusato davanti alla nazione, dopo che sono stati resi i pubblici i documenti, e me le legge: «Queste famiglie hanno subito una doppia ingiustizia. Il fallimento dello stato nel proteggere i loro cari, e l’imperdonabile attesa prima di poter scoprire la verità che ha generato l’ingiustizia della denigrazione di chi è morto, di chi sinora è stato ritenuto colpevole della propria morte».

Getta lontano quelle carte come se contenessero merda pura, mi guarda negli occhi e mi dice che nessuna pace sarà mai possibile: «Pura ipocrisia, adesso che il mondo è cambiato e quel tipo di racconto non serve più a nessuno, possono anche chiedere scusa e dire, ehi, ci siamo inventati tutto, andiamo avanti insieme verso nuovi orizzonti. Ma quella tragedia, e soprattutto l’uso politico che ne è stato fatto, non si può dimenticare o liquidare come uno sbaglio innocente. Io me lo ricordo bene quel giorno. Ero lì a pulire le gradinate con ancora decine di corpi riversi sul cemento, mentre i medici sottoponevano i cadaveri dei bambini al test dell’alcol, Cercavano di dimostrare che fossero ubriachi. Nulla potrà mai rimediare a quell’orrore».

Hillsborough, flowers on the pitch

 

Testo di Luca Pisapia pubblicato su Fútbologia

 

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