Amarcord

massimo_dalema_getty

Nel 2007 ero a Roma da delegato per un congresso. Non che ricordi molto di quei giorni. In ordine: una Roma assolatissima per essere i primi di maggio, la perplessità di fronte all’abuso del linguaggio di internet per gli slogan nei manifesti, le tette, splendide e sull’attenti di una tipa che poi qualche anno dopo ce la siamo trovata parlamentare, un negozio di Piazza di Spagna dove c’era un commesso adibito solo ad aprire la porta.

Ricordo soprattutto Massimo D’Alema. Fichissimo, un animale da palco.
Ricordo chiare le sue parole che erano più o meno così:

“I giovani non devono bussare per contare nel partito. Dovete sfondarla quella porta a cui oggi bussate, il potere va preso, non aspettate che chi lo detiene sia disponibile a cederlo”

Applausi, tutti in piedi, ululati di approvazione dalla platea.

La si può pensare come si vuole su D’Alema, ma non si può negare che sia una persona estremamente intelligente: quanto si sarà sentita incompresa una persona intelligente come lui quando, alla fine di un intervento del genere, anzichè dargli un calcio nel culo gli siamo tutti corsi attorno a per chiederli l’autografo?

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