Laziogate: i casi isolati e le abitudini

Sono sempre stati contro ai melensi appelli alla pacificazione nazionale fra fascisti ed antifascisti; adesso, anche se molti non la volevano, questa pacificazione c’è stata, peraltro senza che nessuno se ne accorgesse. Non so se sia utile o meno rimpiangere il passato. Ma sicuramente è utile in virtù del passato analizzare il presente.

Il quadro politico del Lazio ha una particolarità non di poco conto: dal 1994 è l’unica regione d’Italia in cui il centrodestra è egemonizzato non dai quadri ex DC ed ex PSI che caratterizzavano le strutture locali di Forza Italia, ma dall’allegra banda di camerati che ha iniziato il proprio percorso politico nelle file del Movimento Sociale Italiano per poi passare da Alleanza Nazionale fino al PDL.

Un gruppo di reietti della politica dalla fondazione fino agli anni ’90 quando, sorprendendo un po’ tutti, un Berlusconi in cerca di alleanze sdoganò il neofascismo italiano.

“Se votassi a Roma voterei certamente per Fini”

disse il Cavaliere all’inaugurazione di un supermercato nel 1993. Da lì il passo verso la poltrona è breve: Fini perderà di un soffio contro Rutelli nelle elezioni comunali romane, ma si consolerà poco dopo con l’entrata nel primo governo Berlusconi di ministri ex missini. Era il 1994.

Prima era il periodo dell’ Innocenza. Non che siano stati innocenti per davvero, ma quella era l’immagine che per un rovescio incredibile della realtà storica l’opinione pubblica di questo paese costruiva intorno al fascismo parlamentare ed extraparlamentare: un gruppo di idealisti e di duri e puri che per un pregiudizio ormai sorpassato una politica corrotta teneva fuori dal confronto democratico.

Succede spesso in politica che un tabù è tale fino a quando qualcuno non lo infrange; in quel preciso momento rientra nel campo del possibile e dell’accettabile. E’ dal 1994 infatti che la dirigenza di Alleanza Nazionale, quasi immutata dalle foto d’epoca degli anni della contestazione dura e pura, diviene parte dell’establishment politico.

Ed è da allora che quel gruppo prima innocuo perché marginale, diviene una delle peggiori classi dirigenti che la politica italiana abbia mai avuto. Gli anni all’opposizione e l’appoggio, strumentale e populista,alle prime inchieste del pool di Mani Pulite hanno un effetto perverso su questi nuovi dirigenti con la camicia nera nascosta sotto il doppiopetto una volta che raggiungono posti di rilievo amministrativo: ed è così che proprio da loro sono venuti i maggiori scandali di ruberie della politica italiana. Quasi come se il periodo fuori dall’arco costituzionale abbia contribuito alla visione delle istituzioni repubblicane come un terreno ricco da conquistare e spolpare.

Se tutti i partiti hanno piazzato i loro all’interno della macchina pubblica (basti ricordare le infornate di postini dei ministri socialdemocratici o le bidelle assunte in massa dai ministeri democristiani) gli ex missini ci arrivano tardi ma guadagnano ben presto il tempo perduto.

Caso emblematico da tenere in mente è la vicenda del primo sindaco “nero” della capitale, quel Gianni Allemanno che il giorno della sua elezione fu salutato da un bel revival di bracci tesi alla sua entrata in Campidoglio. L’assunzione ed il piazzamento di camerati sodali e parenti nelle maglie della macchina amministrativa della capitale è stata una costante del mandato dell’attuale sindaco condotta a livelli da far impallidire il più solerte degli smanezzatori del pentapartito.

Una spartizione dei posti chiave che quasi mai si è accompagnata (almeno quella) ad una competenza amministrativa che ci si aspetterebbe anche da chi fa del famoso ed imperscrutabile “radicamento sul territorio” il proprio marchio di fabbrica: se Alemanno non ha saputo gestire pochi centimetri di neve nella Capitale cosa dire del pre – predecessore della Polverini alla guida della giunta regionale, quel Francesco Storace che in 5 anni è stato capace di distruggere un sistema sanitario regionale che fino a qualche tempo prima si reggeva tranquillamente con le sue gambe.

La recente cronaca sulle magagne di Franco Fiorito quindi non può e non deve sorprendere nessuno: er federale de Anagni (a proposito quando è che inizieremmo a scandalizzarci anche per il linguaggio, ancora tenacemente fascista di questi personaggi. Quando è che un rappresentante delle istituzioni non potrà permettersi di definirsi con gradi da squadrista, peraltro con l’aria di chi si discolpa) ben si integra in un meccanismo consolidato che è proprio dell’agire di quel gruppo politico di cui Fiorito è stato fino a ieri un importante ed apprezzato dirigente.

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