Solo con i tuoi occhi

Di tutte le volte che ho tradito, la più avventurosa fu sotto la bandiera blu e rosso granato, non tanto per lo scoramento che mi invase dopo aver abbandonato i confratelli di Francis-Le Blé, quanto perché mi condusse a un approdo inatteso, come se il destino avesse voluto ricambiarmi con la mia stessa moneta fedifraga. Fu come se mi dicesse, bene, ho capito che il tuo girovagare è una strategia per truffarmi, ma non credere che io non presenti il conto lo stesso, e così accadde che mi ritrovai per la prima volta senza direzione, come un turista a cui qualcuno si sia divertito a capovolgere i cartelli stradali.
In origine, come tutti, fui ammaliato dalla morbida tirannia calcistica di cui il Barcellona avvolse il calcio europeo per almeno un lustro. Le agiografie sono copiose, basterà qui ricordare l’ininterrotto fraseggio, il sistema di gioco sviluppato fin dalle giovanili, i ricami che impreziosivano il gioco di attacco. La mia generazione, ansiosa di assicurarsi un frammento di eternità, proclamò l’argentino Lionel Messi il più grande giocatore di tutti i tempi. In breve tempo si moltiplicarono gli emuli, una squadra italiana, la più sensuale, fu scelta per replicare con un esperimento, che solo molto tempo dopo ebbi l’ardire di definire virale, lo stupefacente modello catalano.
Trovai lavoro di contrabbando in una farmacia (portavo i farmaci a domicilio, come se si trattasse di insalate) e quanto guadagnato mi bastava per pagarmi l’affitto di una stanza vicino al Camp Nou, in una traversa di Avingùda de Madrid. Arrivai in tempo per celebrare la vittoria dell’ultima Liga, in cui furono più volte umiliati i rivali del Real, e per assistere alla spaventosa dimostrazione di classe esibita nella finale del Campionato Europeo contro gli inermi -quella sera- inglesi del Manchester United.
Sul finire dell’estate, conobbi Alejandra. Per qualche strana ragione, Barcellona è considerata luogo privilegiato per iniziazioni e conoscenze carnali, quasi si volesse rimuovere, confinandola in un unico punto, la banale constatazione che le tenaglie del desiderio stringono a loro insindacabile capriccio, incuranti della varietà -e ancor più dell’opportunità- dei contesti. Alla luce degli eventi che seguirono, mi sono formato un’idea in parte diversa, per cui la fama cordialmente orgiastica della città catalana potrebbe essere il riflesso di una precisa strategia volta a commerciare il sesso (e il calcio?) come gioco, senza desiderio e, verrebbe da dire, senza attrazione.
Alejandra era sia bella che intelligente, cosa inconcepibile per le intelligenti. A volte, mi imbarazzava andarci in giro, perché le sue tattiche di abbigliamento erano studiate con la stessa minuzia di chi costruisce navi in bottiglia, solo che lo scopo ultimo era scatenare una reazione di autentico panico, misto ad angoscia, in chi avesse la ventura di passarle accanto, in metropolitana come nelle pulperie di Carrèr de la Mercé, dove passavamo interi pomeriggi a dilungarci davanti ai crostini con le acciughe e al fritto di orecchie di porco.
Ma ben più temibile della sua vocazione a sedurre, e forse in qualche modo a essa stranamente legata, era la fermezza con cui si proponeva di distruggere, con dialettica serrata e pensiero tutto femminile, Barcellona, e soprattutto il Barcellona, come fenomeno superficiale di una più ampia concezione del mondo.
Alejandra era tifosa, anche se forse la parola più esatta sarebbe dedita, dell’Espanyol. Della squadra minore di Barcellona, di cui io prima di allora neppure consideravo l’esistenza, seguiva tutte le partite, in casa come in trasferta. Sebbene si sia sporadicamente affermato nella Copa del Rey, l’Espanyol non è di certo motivo di particolare orgoglio per i suoi tifosi, e ancor di meno lo era in quegli anni in cui non riusciva a sollevarsi dalle secche di una classifica medio-bassa.
Nulla la faceva infuriare di più della mia infatuazione per il Barcellona, e rifiutava con sdegno ogni argomento che derivasse dalle evidenti e plastiche abilità dei campioni del mondo. In una delle prime domeniche del campionato, mi convinse a seguirla al Cornellà-El prat, per vedere un qualche malaugurato Espanyol-Real Zaragoza. La partita, per me che venivo dalle pirotecnie del Camp Nou, fu di una noia mortale. Non succedeva niente, le squadre sembravano bloccate, incapaci di creare azioni o di abbozzare una trama di gioco dignitosa. Ci fu quella sera soltanto una cosa sconvolgente, il modo con cui Alejandra seguiva la partita, la compassione e il piacere quasi fisico con cui avvertiva le vibrazioni di uno spettacolo sportivo deludente ai miei occhi, ma straordinariamente intenso ai suoi, o forse sarebbe più esatto dire alle sue narici e ai suoi pori, perché sembrava che lo assorbisse, come se si trattasse di aria o calore.
Tornando dallo stadio, Alejandra assalì il mio disorientamento, contestando ancora una volta che si potesse anche solo concepire un sostegno per il Barcellona. “Chi te l’ha detto che allo stadio si va per divertirsi? E soprattutto, come puoi pretendere che ventidue persone che corrono per novanta minuti facciano di tutto per divertirti? Solo perché paghi il biglietto, dici, allora Barcellona è il posto giusto per te, paghi e ti svaghi, sulle Ramblas come allo stadio”. Provavo in tutti i modi a calmarla, ma i miei tentativi la sobillavano ancora di più. “Il Barcellona è come un libro di Cortàzar, un funambolismo verbale spacciato per esistenza. Tu non capisci niente di calcio, come del resto di letteratura, il calcio è dolore, è fatica, e il fiato avvilito che regge la mediocrità. Tu vai a vedere i giochini dei tuoi prediletti, io vado a sentire uomini sputare e ansimare, sai come starebbero meglio con una giapponese a massaggiarli in quell’ora e mezza?”. A nulla valse farle notare che la giapponese li avrebbe potuti massaggiare per tutto il resto del giorno.
In quell’atmosfera di ostilità, l’accompagnai fino a casa sua, dove per la prima volta mi disse “sali”. Pensai che fosse l’inizio, adesso so che era la fine. Nell’intervallo brevissimo di quella notte, Alejandra mi riversò addosso la stessa furiosa ebbrezza, la stessa compenetrazione con cui aveva vissuto la partita dell’Espanyol, e nel buio nitido in cui la toccai per l’unica volta mi sorpresi a restituirle queste capacità sconosciute, arrivando fino al fondo del suo respiro, nei territori aspri e per nulla amichevoli della sua anima.
La mattina dopo mi comunicò che non mi avrebbe voluto vedere mai più. Che andassi pure a divertirmi con qualche italiana sulle Ramblas o a una partita al Camp Nou. Per mesi vagai per Barcellona senza meta e senza speranza, cercando di comprendere cosa mi fosse successo, tornando con la mente ai fasti del Barcellona e agli stenti dell’Espanyol, a quella notte indimenticabile, all’oscuro riferimento a Cortàzar, che pure tanto avevo amato.
Ho appreso che Alejandra porta lo stesso nome del fiammeggiante personaggio di “Sopra eroi e tombe”, il romanzo di Ernesto Sàbato. Lo lessi di un fiato, come per incontrarla ancora una volta, tanto fui sicuro della sua identificazione nell’inafferrabile vagabonda di Buenos Aires. Cominciai a seguire le partite dell’Espanyol, le magre sconfitte, i pareggi sordidi, cercando quello che intravidi attraverso Alejandra, il risvolto oscuro, la materia affamata, la volontà trattenuta e inesplosa.
Per ironia della sorte, quell’anno il Barcellona cominciò a manifestare qualche crepa nel suo progetto di effusione calcistica, e se oggi potessi parlare ad Alejandra le direi che aveva ragione, che i miei occhi erano ciechi e la mia pelle occlusa, che niente è più orribile del matrimonio tra potere e bellezza, ma che se un dribbling (o un avverbio) possono non condannare Barcellona e il Barcellona, ciò avverrà solo quando sarà per riscattarlo dal declino, per sollevarlo un istante dalla dannazione e dalla sconfitta.
Terza parte del DIARIO DELL'ETERNO TIFOSO pubblicato a firma ARTURO 
su Leva Calcistica del 78
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