Lo stile Juve

Ha vinto la Juventus rendiamocene conto.

Così di soppiatto, quasi senza avvertire. Per carità sono stati primi in classifica per tre quarti del campionato, ma però quando leggevi le formazioni e trovavi in campo gente del calibro tecnico di Pepe o di Bonucci non prendevi troppo sul serio la classifica. 

La Juventus ha vinto, ma non è ha vinto da Juventus: solo un piccolo accenno durante le polemiche dopo il goal di Muntari, ma però sembrava tutto un amarcord, una rivisitazione con attori presi dalla strada, dei bei tempi del goal di Bierhoff dentro “delle dimensioni tipo di Rocco Siffredi (cit Elio), del Montero “inammonibile” (nel senso che non gli potevano dare ammozioni) nonostante come i Viet Cong in difesa non facesse prigionieri, di Iuliano che atterra Ronaldo, del goal di Turone, anzi er go’ de’ Turone, degli scudetti “sgraffignati” all’ultima giornata nei primi anni 80.

E non si trattava solo di rubare intendiamoci, si trattava di dominare, quel dominio bianconero che non era percepito solo nel condizionamento diretto od indotto degli arbitri, ma che si estendeva al campo con un livello tecnico medio che insegnava il calcio a tutti gli altri, al pre-partita, al dopo-partita, all’allenatore, alla dirigenza, ai tifosi, alla nazionale. Anche nelle discussioni da bar il juventino era il più pertinente, il più pacato ed il più bravo ad argomentare: quasi che emuli del patron Gioanin tutti i “gobbi” di provincia avessero fatto qualche anno di giurisprudenza. Un dominio tutto di testa, fatto di eccellenza del settore atletico, di tattici di alto livello e sopratutto fatto di programmazione. Quando, raramente, il Gullit, il Maradona, il Falcao di turno buttavano il cuore e la fantasia in faccia allo strapotere bianconero, la continuità e la perfezione del meccanismo della macchina juventina pareggiavano quegli sforzi. Anche quando a marcare Falcao ci andava Cuccureddu.

Adesso i tempi sono cambiati: per la classe basta il solo Pirlo, via libera a terzini veloci dal tiro insidioso tutti muscoli, fiato e poco cervello ed a centrocampi di roccia dove chi si arrischia a passare di là senza la sensatezza di provare a giocare lungo rischia l’umiliazione e la caviglia.

E l’allenatore piagnucolante alla Conte che ad ogni intervista litiga con i giornalisti, con i tifosi scettici, con i tifosi entusiasti, con gli altri allenatori, con la lega calcio, con gli arbitri, contro il destino cinico e baro ecc.. Grande allenatore per carità, ma per fare il Mourinho serve tutto un altro stile e tutto un altro ciuffo.

Una Juventus che sembrava una di quelle squadre che, di solito, perdevano contro la Juventus: il Parma di Scala, la Lazio di Erikson, la Roma di Zeman: qualche grande nome, scarti di altre squadre nell’anno di grazia, giovani talentuosi e picchiatori liberi.

Una Juventus che, ci vergognamo quasi a dirlo, se non fosse per quelle fastidiose maglie a strisce, e per il fatto di essere l’erede di quella tradizione, ci sta quasi simpatica. Perchè, riflettiamoci tutti, più che la Juve, era lo Stile Juve, a starci tremendamente sui coglioni.

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