La rabbia e l’orgoglio.. ed il rincoglionimento

Premessa

Se c’è una cosa buona della crisi economica in generale e, in particolare, della discussione su equità e crescita che caratterizza in questo momento l’opinione pubblica italiana è il silenzio sulle presunte invasioni di immigrati regolari, clandestini ecc..

Credo che questo dipenda da più fattori:

– in primo luogo il non avere più un governo espressione della destra più violenta e becera (sostituito sempre da una destra, ma nella sua versione accademica ed istituzionale) aiuta a non far finire al centro dell’agenda politica argomenti del genere

– in secondo luogo la crisi che sta colpendo strati sempre più ampi della società contribuiscono ad una oggettivizzazione inconscia di problematiche come la sicurezza, la mancanza di lavoro, il precariato e via discorrendo, contribuendo alla mancanza di mordente di quelle teorie capziose che vedono l’invasione esterna come fonte di ogni guaio.

– in terzo luogo i telegiornali delle tv generaliste sollevate dall’obbligo di elogio verso Berlusconi ed alleati non devono più dare spazio e legittimità sia agli ex compagni di coalizione della Lega Nord, sia alla parte più triviale e neofascista del PDL adesso in rotta sulla linea ufficiale pro – Monti portata avanti da Angelino Alfano.

Ovviamente il problema della legittimazione che il razzismo e la xenofobia hanno avuto in Italia grazie a governi nazionali e locali, stampa e televisione, non scompare, ma è per ora messo in un angolo, pronto a rispuntare fuori non appena arriveranno investimenti, per esempio, sul sociale, o fino alla prossima ragazza violentata da un non autoctono.

Recensione

Non avevo mai letto “La Rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci; solo qualche spezzone generosamente pubblicato dai giornali o qualche commento di agiografi o detrattori. Oggi me lo sono trovato fra le mani in una edizione 2002 di Rizzoli Corriere della Sera con copertina rigida ed una dedica nell’occhietto che lo ha ricondotto ad un regalo di natale, poi abbandonato nel luogo di lavoro. Visto che di questi tempi è in diffusione la vulgata per cui la responsabilità della mancata crescita del PIL nazionale va ai lavoratori subordinati che non lavorano abbastanza mi sono deciso a prendere sul serio le voci, vox populi, vox dei, non fare un emerito cazzo e finire il libro.

Non devo certo dirlo io, che mi metto a recensire un libro a 10 anni dalla pubblicazione, che trattasi di un libro violento e razzista nonchè ignorante, subdolo e ruffiano. Un libro brutto inoltre, e brutto della peggior specie, la specie della ruffianeria al senso comune con cui Oriana già aveva bagnato sufficientemente il pane con Lettera ad un bambino mai nato. Con la differenza però, che il testo sull’aborto si inserisce in un filone di produzioni antiabortiste (esplicite od implicite) in cui comunque spicca per originalità di scrittura e di approccio al tema, mentre La Rabbia e l’Orgoglio è deludente anche se analizzato nel contesto della propaganda alla guerra al terrore.

Quello che mi ha colpito dopo poche pagine e che, secondo me, definisce appieno il valore dell’opera della giornalista fiorentina, non è certo l’analisi spicciola della cultura e della storia islamica (il paradiso con le vergini, quindi ossessionati dalle donne, quindi dal sesso, quindi il velo e via con i collegamenti idioti) e nemmeno il passare agevolmente della Fallaci ad attribuire un crimine ai fondamentalisti siriani per poi affibbiarne colpa ed eredità alle coorti islamiche somale e via continuando.

Quando si vuole scrivere un testo per incitare allo scontro di civiltà non si è certo obbligati ad essere storicamente rigorosi nella presentazione della civiltà che si vuole distruggere e qualsiasi testo di questo tipo naturalmente sfugge dal campo dell’oggettività.

Quello che colpisce però è  come Oriana Fallaci non ci abbia capito una emerita sega nemmeno della civiltà che vuole difendere e preservare, quel mix di toscana rinascimentale, italia democristiana e Stati Uniti ( che siano nella versione “verde vallata, lassù nel Montana fra vacche e cowboy” che siano in quel cosmo complesso che è New York City che lei descrive malissimo) che chiama genericamente Occidente.

Ci hanno insegnato a scuola, ma un po’ ovunque nella vita un approccio direi euclideo ai problemi: le premesse sono verità evidenti e su esse si costruisce la discussione. Se cade la premessa, se due rette che si intersecano non condividono un solo ed unico punto, cade tutta la costruzione su sui abbiamo lavorato.

Ci accorgiamo che il libro è da buttare (e basta con il buonismo che i libri non si gettano via: i libri brutti si buttano nell’immondizia eccome) già a pagina 73 con una rievocazione strampalatissima ed antistorica della rivoluzione americana e della guerra di indipendenza, pagine sì gloriose della storia del mondo, ma inserite in un preciso contesto storico di cui Oriana non si cura. Che nel retroterra culturale dell’autrice sia rimasto molto più The Patriot di Mel Gibson piuttosto degli scritti di Benjamine Franklin? Strano per una giornalista attenta come la Fallaci, ma, alla luce della lettura del libro, molto plausbile

Non male ,dirà il lettore, ci sono ben 72 pagine di premesse accettabili, non poche per un pamphlet. In realtà no, perchè prima di iniziare, ci dobbiamo sorbire 48 (quarantotto) pagine di introduzione, rendendo quindi solamente 24 pagine non inficiate da errati punti di partenza.

Un po’ pochino per volerle dedicare una piazza. Forse al massimo una pizza.

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