Il dialogo

Sono seduto al bar con un tifoso della Juventus. Gli juventini alla lunga sono tutti uguali: spesso hanno i baffi ed un impiego pubblico, la maglietta di cotone sotto la camicia a quadretti bianchi ed azzurri ed i capelli leggermente mossi. Il mio interlocutore afferma che Platinì e Zidane sono stati esempi di classe ed eleganza, che la Juventus è la società meglio gestita del calcio italiano, che Del Piero nel 1998 a Vinovo ha guarito la scrofola con l’imposizione delle mani e che Idris è il massimo intellettuale italiano. Io gli rispondo che Platinì e Zidane non fanno in due una gamba di Paolo Pulici, che gli Agnelli hanno fatto all’Italia più danni dell’invasione longobarda, che Del Piero è un gay represso e che è ormai l’ora della nomina di Mario Ciuffi a Senatore a vita.
Il nostro dialogo non è molto costruttivo, perchè partendo da posizioni inconciliabili non troveremo mai una mediazione. O sei del Toro o sei della Juventus, non puoi essere un “appassionato delle realtà calcistiche torinesi”.

Un dialogo inutile è anche quello che il Partito Democratico invoca in Parlamento sul testo Fornero in tema dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. L’articolo difende determinati lavoratori di determinate aziende in caso di licenziamenti che non siamo determinati da una giusta causa o da un giustificato motivo. Di fronte a diritti del lavoro così declinati non si può essere parzialmente favorevoli o tendenzialmente contrari attraversando tutte le sfumature di grigio che vanno dal bianco al nero. O si è a favore o si è contro, e non tanto per una presa di posizione ideologica quanto perchè una limitazione di diritti che si reputano sacrosanti od, all’opposto, una estensione di privilegi che si reputano antiquati, sono un obrobrio politico filosofico prima ancora che politico.

Il governo Monti leggittimamente liberista ha annunciato queste norme pochi giorni dopo l’insediamento, tra l’altro con strategie mediatiche che ingenuamente non si pensavano proprie della cultura dei nuovi governanti tecnici: dichirazione informale, dibattito aspro, posizioni politiche che vengono fuori, prima smentita e proposta concreta successiva una volta che tutti gli altri si sono già espressi. Che il governo Monti nascesse con una impostazione chiaramente liberista lo sapevano anche i sassi, meno chiara è stata la posizione del Partito Democratico, partito di opposizione incertamente socialdemocratico, ma di maggioranza relativa nell’elettorato che per un imprecisato senso di responsabilità ha scelto di sostenere senza porre nessuna condizione un governo che era chiaro avrebbe chiesto alla sua maggioranza l’approvazione di normative di questo tipo.

La discussione in Parlamento non potrà portare a niente: da una parte perchè fra PDL, Responsabili e Terzo Polo c’è in Parlamento una componente maggioritaria di deputati sensibilissimi ai richiami di Confindustria, dall’altra perchè è una discussione che, come spiegato prima parte con una base totalmente sbagliata. Senza contare che, fra i membri del governo e lo zelante Presidente della Republica, nessuno si è ancora preso la briga di spiegare come cippa farà l’economia a rilanciarsi ed il paese a crescere semplicemente con una norma sul licenziamento facile, senza che Confindustria e le altre associazioni padronali si siano ancora impegnate a garantire pubblicamente un solo singolo posto di lavoro.

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