A Roma hanno vinto loro

 

Siamo nel X secolo a Roccapennuzza:

sul castello di Roccapennuzza e relativo borgo si abbatte una pesante crisi economica aggravata dal deficit dello stato e da un pesante debito pubblico ereditato dai regni precendenti e troppo a lungo ignorato.

Il Re guarda fuori dalla finestra e si chiede come mai la gente abbia la faccia cupa: gli sembra strano che non ci sia felicità, nonostante il suo araldo tutti i giorni leggendo in piazza le notizie sottolinei che il sistema economico di Roccapennuza è il più solido dell’impero e che altri regni confinanti se la cavano parecchio peggio. Si chiede questo, ma ben presto si stufa di tutti questi pensieri e raggiunge sul talamo reale una procace diciasettenne che, si vocifera, sia la nipote di Carlo Magno.

Intanto il rancio che il ministro di Roccapennuzza dà agli abitanti del regno si fa ogni giorno più misero: se due mesi fa c’erano primo e secondo, adesso c’è solo il primo perchè la pasta è tradizione nazionale e va valorizzata. Poi due settimane dopo hanno iniziato a dare solo un panino con il prosciutto perchè, dicevano, il fast food era tornato di moda, poi pane con l’insalata, ed infine solo pane.

A quel punto il popolo di Roccapennuzza inizia un po’ ad incazzarsi; questo re avrebbe anche rotto i coglioni, si sente mormorare di capanna in capanna ed intanto si affilano asce, coltelli, picche ed anche zappe e falci. (il martello no perchè si profilava una rivoluzione arancione)

Tutto questo tintinnare di armi e le facce sempre più incazzate del popolo preoccupano sempre di più il Re di Roccapennuzza che ascolta distratto il suo ministro proporre per la risoluzione dei problemi economici un taglio orizzontale al sistema sanitario del castello: via gli ospedali, a tutti verranno distribuiti due cerotti, una mentina ed un lecca lecca in modo da coprire le esigenze di assistenza per ferite gravi, mal di gola e mal di denti.

Anche i consiglieri più stretti del Re sentono crollare il terreno da sotto i piedi; molti pensano di andarsene, altri aspettano per proporsi al popolo come guida politica – io non ero d’accordo con questo re farabutto. Mi inchinavo, ma solo per educazione –

Mentre si fa sempre più vicina l’ora dell’assalto agli appartamenti reali, dagli angoli remoti del regno giunge notizia che una temibile orda di goti assetati di sangue ha assaltato un villaggio confinante rubando, urlando parolacce e spaccando le vetrine del centro storico mentre non si contano le cariche della polizia.

– I barbari sono alle porte – grida l’araldo reale – quei goti non hanno rispetto per la propietà, spaccano tutto,  e sono in realtà figli di papà con le felpe firmate che perdono tempo nelle facoltà di lettere, non come voi, fedeli cittadini operosi –

I fedeli cittadini operosi di Roccapennuzza a quel punto capiscono che la crisi che stanno vivendo non è poi così male, che una pagnotta è anche troppo per una persona sola, che le istituzioni vanno difese da chi rompe le vetrine.

Così vanno dal Re che fino al giorno prima volevano sgozzare e sperticandosi in inchini lo pregano in ginocchio di proteggere il suo popolo che sempre gli sarà fedele. Molti corrono anche dal prete confessando i desideri di rivolta di un tempo e permettendo così ai sodali del Re di impiccare qualche capo rivolta fra i più scalmanati.

Il Re in virtù della forza ritrovata scaccia i goti (che poi non erano così temibili) e con le sue ricette di buona politica ed una solida maggioranza parlamentare riesce a risanare i conti pubblici. Dopo il risamento, quelli che sono rimasti vivi, perchè il risamento si sa qualche vittima la deve pur fare, sono tutti felici e contenti.

Il Re governerà ancora per molti anni. Ogni natale, maestro di buone maniere, invia un cesto dono carico di vino, salumi e formaggi al capo dei goti per l’aiuto puntuale nel momento nel bisogno.

 

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