E se li aumentassimo i costi della politica?

 

 

Cerchiamo per un attimo di far uscire dalla nostra testa gli scandali italici di corruzzione sistematica, i legami politico – mafiosi, le troie in lista al prezzo di una fellatio a Berlusconi, le malversazioni dietro al voto di preferenza e con buona pace di Gian Antonio Stella, Marco Travaglio e via populisteggiando proviamo a ribaltare la questione. E se fosse giusto spendere tanto per il funzionamento della politica?

Partiamo dall’assunto che fare il politico è un mestiere. Anzi, andiamo più a fondo;  in una democrazia delegata rappresentare le istanze di un gruppo di persone, così come di una struttura partitica richiede una professionalizzazione. Professionalizzazione che deve essere pagata. Altrimenti il rischio è che la delega della rappresentanza se la prenda sempre qualcuno che ha i mezzi per vivere senza dover lavorare. Lo aveva capito anche Pericle che per allargare la partecipazione alle assemblee aveva introdotto il pagamento di un obolo pari ad una giornata lavorativa per i cittadini che si recavano all’Agorà. Altrimenti avrebbe partecipato solamente il patrizio che poteva permettersi di fare il cittadino “di mestiere” mentre il contadino non poteva dire all’ulivo “ per tre settimane non ti poto che devo andare a presiedere la Boulè “.

Ed è pure giusto che il rappresentante sia pagato bene. Un po’ perchè sarebbe ipocrita pagarlo poco visto che vige la differenziazione dei salari e che a mansioni con maggiore responsabilità si deve corrispondere un maggiore salario, un po’ perchè l’indipendenza economica del rappresentante è garanzia della corruttibilità o meno del rappresentante stesso.

Per i problemi della poltica (scarsa qualità della classe dirigente, corruzione, distanza dai cittadini ecc..) dipendono da guasti strutturali e non strutturali. Se ho una fabbrica che produce ghiaccioli al gusto di pipì di cavallo avrò ovviamente dei problemi grossi a smaltire la mia produzione di ghiaccioli: la causa del problema è strutturale, ovvero ho impiantato una produzione di un bene che non è vendibile, quindi devo sbaraccare tutto e produrre ghiaccioli magari alla menta. Se però ho una fabbrica che produce ghiaccioli alla menta ed un amministratore delegato idiota le inzuppa nella pipì di cavallo, la causa del problema delle mancate vendite non è strutturale. Non devo smantellare la fabbrica o cambiare produzione ma semplicemente cacciare il gestore. O per fare un esempio più pratico, la nomina politica delle dirigenze sanitarie è stata oggetto di numerosi scandali;  sostanzialmente perchè la nomina viene generalmente fatta non in base alla competenza ma in base alla soffisfazione di clientele più o meno presentabili. Il problema non però la nomina da parte della politca che rimane princio essenziale di tutela del cittadino; il problema sta nel nominato che non è in grado di svolgere il suo compito o che opera non per organizzare un servizio, ma per trarre profitto dalla carica.

(ci siamo liberati dagli schemi mentali quindi non sto nemmeno a spiegare che se si accetta il principio della professionalizzazione della rappresentanza si deve anche pensare alla valutazione dell’efficienza del rappresentante. Quindi chi rappresenta o amministra male dovrebbe essere mandato via a calci nel culo, come il cameriere che si toglie le caccole sulla pizza prima di portarla al tavolo)

Questa premessa per dire che forse la classe dirigente, anzichè cavalcare l’onda del risentimento popolare per la crisi economica, culturale e sociale del mondo occidentale, e farneticare di riduzione dei parlamentari, di abolizione di enti locali, di restringimento del corpo politico, dovrebbe pensare che sarebbe necessario investire sulla poltica, ovvero investire in democrazia e partecipazione colletiva alle scelte.

Prima di tutto smontando i luoghi comuni od almeno non cavalcando le stronzate: per quanto riguarda la riduzione dei rappresentanti nelle assemblee legislative (parlamento) è ovvio costatare che se diminuiscono i rappresentanti aumenta anche la lontanza fra il rappresentante ed il rappresentanto: quindi sarà sempre più difficile per me cittadino, o per me comunità, andare a tirare le orecchie al parlamentare del mio collegio che vota a minchia le leggi che gli pare, e sarà sempre più complicato rappresentare le istanze di comunità sì piccole ma bisognose di tutela (le minoranze etniche o linguistiche per fare un esempio).

Per quanto riguarda il taglio degli enti locali, si fa un gran parlare delle provincie come ente inutile: ora a parte il fatto che la politica di prossimità vorrebbe che più servizi possibile siano delegati all’ente più piccolo in modo da avere una immediatezza di erogazione e di controllo da parte del cittadino, ma il problema sta nella definizione delle competenze dei singoli enti. Se sono inutili le provincie, che dire allora delle regioni che sostanzialmente esistono per amministrare la sanità ed il diritto allo studio? Ma delle Regioni non si dice niente perchè va di moda il federalismo e non ho capito bene perchè, federalismo in italia significa definirsi tra toscani e liguri cittadini con diverse priorità ed attitudini, mentre non possono fare altrettanto cittadini che si definiscono pistoiesi o genovesi.

Successivamente investendo in forme di simil-democrazia diretta o per meglio dire di democrazia partecipativa: il primo esperimento il tal senso, ovvero la legge n°68 del 2007 della Regione Toscana in materia di partecipazione,  pur essendo un intervento innovativo cade in un equivoco di fondo facendo persistere la divisione fra sedi della democrazia rappresentativa e sedi della democrazia deliberativa: in questa modalità molto spesso il processo deliberativo allargato ai cittadini non è un esercizio di democrazia, ma piuttosto un momento vasto di informazione su decisioni sostanzialmente già prese.

Serve un nuovo modello, che stabilisca un reale passaggio di poteri fra i delegati ed i deleganti, che, in soldoni, diventa l’unico modo per cercare di preservare il nostro modello politico liberale dalla crisi generalizzata delle ideologie e del patto sociale, dove non può essere soltanto il momento elettorale l’unica fonte di legittimazione.

Ma mi rendo conto che è un po’ come predicare al vento. La solitudine del riformista.

 

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