I dettagli

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Capita che te stai tornando a casa dopo una domenica particolarmente noiosa e ti imbatti in una piccola folla che ascolta una orchestrina di soli archi che dal cartello posto sopra la custodia di violino, aperta per gli spiccioli delle offerte, scopri essere venuta appositamente a suonare in quell’angolo di strada dalla Polonia. E fanno roba seria, mica esercizietti d’accademia: riconosco Vivaldi, Paganini, e la prima parte del Quartetto per Violino, Viola, Violoncello ed Oboe di Mozart in Fa Maggiore di Mozart. Ovviamente senza l’oboe che nel Quartetto dialoga magistralmente con il violino in una delle partiture più azzeccate della storia della musica. Così è tutto un po’ svilito ed il pezzo balza all’orecchio inframezzato da periodi senza alcun senso, ma dato il contesto, data la malinconia che regna sovrana, dato che fare sempre il cinico polemico mi annoia, è comunque un risultato apprezzabile.

E’ incredible comunque come determinate forme, in questo caso la sonata o forma di primo movimento riescano a coniugare in maniera magistrale forma e contenuto, quasi come se ci fosse qualcosa di intrinseco all’interno della struttura che la tradizione ti tramanda, ti insegna ed a volte ti impone. E badate bene che non si tratta di una cosa da poco: qua si tratta di dare una forma razionale e riproducibile a qualcosa di irrazionale e di immediato. In nessuna forma di musica strumentale come nella sonata vi è una opportunità migliore di descrivere i sentimenti senza parole; rimane solo la forma di sonata in grado di assumere qualsiasi carattere ed espressione. Nella sua struttura apparentemente banale fatta di gruppi tematici, ponte modulante, riconduzione, codette e modiche di questi, puoi racchiudere tutte le espressioni possibili del sentire umano. 

Io a fare così non ci riesco. Non so dare un inizio, uno sviluppo ed una conclusione a quello che passa davanti ad i miei occhi e prova a coinvolgermi. Forse perchè il momento dell’inizio è sempre incerto ed anche perchè non sono mai stato particolarmente bravo a dare una conclusione ad alcunchè. So parlare e rappresentare per frammenti, flash, attimi, a volte anche con cinismo estremo perchè credere troppo in una idea, in una persona, in me stesso od in quello che sento mi ha sempre spaventato. Impossibile dare una sequenzialità a tutto e quindi mi perdo ad osservare i dettagli, le mezze parole, gli sguardi, gli occhi che sfuggono od il modo in cui muove le mani. Ben consapevole che in quel momento sono dettagli che messi assieme rappresentano tutto l’universo, ma che una volta finito quell’attimo ritorneranno ad essere banali gesti volontari influenzati da mille e più fattori. Per questo dò importanza a tutto, perchè impossibilitato a creare una storia fatta di tanti attimi messi assieme, quell’attimo in quel momento è tutto.

E’ dura rimanere schiavi dei dettagli: come quando ascolti il trio d’archi e senti che manca solamente l’oboe e che con lui sarebbe un capolavoro. Ma ti sembra facile beccare un oboe di domenica sera?

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