Yossl Rakover si rivolge a Dio

yossl copertina

 

Nel settembre 1946 una rivista di Buenos Aires in lingua yiddish pubblicava questo libro presentandolo come l’ultimo messaggio scritto da un combattente del ghetto di Varsavia mentre l’assedio delle forze tedesche si stringeva attorno al quartiere ebraico. Pochi conoscevano allora con precisione la storia della rivolta ebraica a Varsavia e della atroce tragedia che con essa si consumò, ma subito il testo dell’ignoto combattente, che, simile a un nuovo Giobbe, chiama in causa il Signore e il suo silenzio di fronte al trionfo dell’orrore, cominciò una lunga e singolare peregrinazione per il mondo, giungendo in Israele e in Germania. Solo successivamente il vero autore, un ebreo di origini lituane scampato alle persecuzioni ed emigrato in Sud America si fece vivo facendo cadere il valore del testo come documento storico. Tuttavia, anche se è da inquadrare esclusivamente come un testo letterario Yossl Rakover rimane una delle più interessanti analisi sull’ebraismo e sulla Shoah. 

 

 

“Intanto però sono ancora vivo, e al mio Dio, prima di morire, voglio parlare come un vivo, come un semplice uomo, che vive e ha avuto il grande ma disgraziato onore di essere ebreo.

Sono fiero di essere ebreo, non malgrado il trattamento che il mondo ci riserva, ma proprio­ a causa di questo trattamento. Mi vergo­gnerei di appartenere ai popoli che hanno generato e cresciuto gli scellerati responsabili dei crimini compiuti contro di noi.

Sono fiero del mio essere ebreo. Perché esse­re ebreo è un’arte. Perché essere ebreo è difficile. Non è un’arte essere inglese, ameri­cano o francese. E forse più facile e più co­modo essere uno di loro, ma certo non è più onorevole. Sì, è un onore essere ebreo!

Ritengo che essere ebreo significhi essere un combattente, uno che nuota senza tregua contro una sordida, malvagia corrente umana. L’ebreo è un eroe, un martire, un santo. Voi, nemici, dite che siamo spregevoli? Io cre­do che siamo migliori e più nobili di voi, ma se anche fossimo peggiori, mi sarebbe piaciu­to vedervi al nostro posto. Sono felice di appartenere al più infelice di tutti i popoli della terra, la cui Legge rap­presenta il grado più alto e più bello di tutti gli statuti e le morali. Adesso questa nostra Legge è resa ancor più santa ed eterna dal fat­to d’essere così violata e profanata dai nemi­ci di Dio.

Penso che essere ebreo sia una virtù innata. Si nasce ebrei così come si nasce artisti. Non ci si può liberare dall’essere ebrei. E stata una qua­lità divina insita in noi ad aver fatto di noi un popolo eletto. Chi non lo comprende, non ca­pirà mai il significato più alto del nostro mar­tirologio. «Non vi è cosa più intatta di un cuo­re spezzato» ha detto una volta un grande rabbino. E non vi è popolo più eletto di uno sempre colpito. Anche se non credessi che un tempo Dio ci abbia destinati a diventare po­polo eletto, crederei che ci abbiano resi eletti le nostre sciagure.

Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti. Il mio rapporto con lui non è più quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro. Chino la testa dinanzi alla sua grandezza, ma non ba­cerò la verga con cui mi percuote. Io lo amo, ma amo di più la sua Legge, e continuerei a osservarla anche se perdessi la mia fiducia in lui. Dio significa religione, ma la sua Legge rappresenta un modello di vita, e quanto più moriamo in nome di quel modello di vita, tan­to più esso diventa immortale.

Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non vi è traccia di paura e la una condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederTi ragione, per l’ultima volta nella vita.

Tu dici che abbiamo peccato? Di certo è così.

Che perciò veniamo puniti? Posso capire an­che questo. Voglio però sapere da Te: Esiste al mondo una colpa che meriti tiri castigo come quello che ci è stato inflitto?

Tu dici che ripagherai i nostri nemici con la stessa moneta?

Sono convinto che li ripagherai, e senza pietà, anche di questo non dubito.

Voglio però sapere da Te: Esiste al mondo una punizione che possa far espiare il crimine commesso contro di noi?

Tu dici che ora non si tratta di colpa e puni­zione, ma che hai nascosto il Tuo volto, ab­bandonando gli uomini ai loro istinti? Ti Vo­glio chiedere, Dio, e questa domanda brucia dentro di me come un fuoco divorante: Che cosa ancora, sì, che cosa ancora deve accade­re perché Tu mostri nuovamente il Tuo volto al mondo?

Ti voglio dire in modo chiaro e aperto che ora più che in qualsiasi tratto precedente del no­stro infinito cammino di tormenti, noi torturati, disonorati, soffocati, noi sepolti vivi e brucia­ti vivi, noi oltraggiati, scherniti, derisi, noi mas­sacrati a milioni, abbiamo il diritto di sapere: Dove si trovano i confini della Tua pazienza? E qualcosa ancora Ti voglio dire: Non tendere troppo la corda, perché, non sia mai, potrebbe spezzarsi. La prova cui Tu ci hai sottoposti è così ardua, così insostenibilmente ardua, che Tu devi, Tu hai l’obbligo di perdonare quanti nel Tuo popolo si sono allontanati da Te nella loro disgrazia e nella loro indignazione. Perdona quelli che si sono allontanati da Te nella loro disgrazia, ma anche quanti nel Tuo popolo si sono allontanati da Te nella loro for­tuna. Hai trasformato la nostra esistenza in una lotta così orribile e infinita che i vigliacchi tra noi hanno per forza cercato di evitarla, di fuggirla ovunque potessero. Non li punire per questo: i vigliacchi non si puniscono, i vigliac­chi si compatiscono. E di loro più che di noi abbi misericordia, Dio. Perdona quelli che hanno bestemmiato il Tuo nome, che sono andati a servire altri dèi, che sono diventati indifferenti verso di Te. Tu li hai percossi a tal punto che non credono più che Tu sia il loro padre, che ci sia comunque un padre per loro.

Quanto a me, Ti dico queste parole perché io credo in Te, perché credo in Te più che mai, perché ora so che sei il mio Dio, poiché di cer­to non sei, no, non puoi essere il Dio di quan­ti, con le loro azioni, hanno dato la prova più atroce di empietà in armi. Se non sei il mio Dio, di chi sei allora il Dio? Il Dio degli assassini?

Se quelli che ci odiano, che ci massacrano, so­no uomini delle tenebre e malvagi, che cosa sono io allora se non colui che rappresenta u­na scintilla della Tua luce, della Tua bontà? Non Ti posso lodare per le azioni che tolleri, ma Ti benedico e Ti lodo per la Tua stessa esi­stenza, per la Tua terribile maestà – deve essere immane se persino quanto accade ora non lascia in Te un’impressione decisiva!

Ma proprio perché Tu sei così grande e io così piccolo, Ti chiedo, Ti avverto, nel Tuo stesso nome: Cessa di esaltare la Tua grandezza la­sciando colpire gli innocenti!

Non Ti chiedo neanche di annientare i colpevoli. E nella logica inesorabile degli avvenimenti che alla fine si annientino da soli, poi­ché con la nostra morte è stata uccisa la co­scienza del mondo, poiché un mondo è stato assassinato con l’assassinio d’Israele. Il mondo sarà divorato dalla propria scellera­tezza, sarà affogato nel suo stesso sangue. Gli assassini si sono già condannati da sé, e a quella sentenza non potranno più sottrarsi. Tu però pronuncia una sentenza doppiamen­te severa su quanti tacciono dell’assassinio! Su quanti condannano il massacro a parole, ma ne gioiscono in cuor loro. Su quanti pensano nel loro cuore immondo: Il tiranno è crudele, bisogna riconoscerlo, ma ci fa un piccolo favore del quale gli saremo sempre riconoscenti […]

Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non delu­so, credente, ma non supplice, colmo d’amo­re per Dio, ma senza rispondergli ciecamente « amen ».

Io l’ho seguito anche quando mi ha allonta­nato da sé; ho fatto la sua volontà persino quando mi ha colpito per questo; l’ho amato, e ho continuato ad amarlo anche quando mi ha umiliato oltre ogni dire, quando mi ha tor­turato a morte, quando mi ha esposto alla ver­gogna e allo scherno.

Il mio rebbe soleva raccontarmi la storia di lui ebreo che era sfuggito con la moglie e il figlio all’Inquisizione spagnola, e con una piccola barca, sul mare in tempesta, aveva raggiunto un’isoletta rocciosa. Cadde un fulmine e ucci­se sua moglie. Venne una tempesta e gettò suo figlio in mare. Solo e derelitto, nudo e scalzo, stremato dalle tempeste e atterrito dai tuoni e dai fulmini, con i capelli arruffati e le mani tese a Dio, l’ebreo proseguì il suo cammino sull’isola rocciosa e deserta, e si rivolse al suo Creatore con queste parole: « Dio d’Israele, sono fuggito qui per poterTi servire indisturbato, per obbedire ai Tuoi comandamenti e santificare il Tuo nome. Tu però fai di tutto perché io non creda in Te. Ma se con queste prove pensi di riuscire ad allontanarmi dalla giusta via, Ti avverto, Dio mio e Dio dei miei padri, che non Ti servirà a nulla. Mi puoi offendere, mi puoi colpire, mi puoi togliere ciò che di più prezioso e caro posseggo al mondo, mi puoi torturare a mor­te, io crederò sempre in Te. Sempre Ti amerò, sempre, sfidando la Tua stessa volontà! ». E queste sono anche le mie ultime parole per Te, mio Dio colmo d’ira: Non Ti servirà a nul­la! Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te, io invece muoio così come sono vissuto, pervaso di un’incrollabile fede in Te.

Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, della verità e della giustizia, che presto mostrerà di nuovo il suo volto al mondo, e ne scuoterà le fondamenta con la sua voce onnipotente.”

 

Tratto da Zvi Kolitz, Yossl rakover si rivolge a Dio,
Adelphi, Mialno 1997, pp. 22-29

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