Live! ascolti record al primo colpo

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Katy Courbet (Eva Mendes) è una giovane e straordinariamente bella dirigente di un network.  
Katy vuole essere ricordata dalla Storia ed è spietatamente orientata alla creazione di un nuovo reality show che incolli quanti più spettatori possibili allo schermo.
E cosa può essere più macabramente interessante di un gioco dove l’unico perdente è tale perché muore in diretta?
La trasmissione
 ‘Live!’ che la Courbet difenderà con le unghie e con i denti fino a farla andare davvero in onda mette insieme sei concorrenti e solo cinque assegni da cinque  milioni di dollari.
A decidere chi sarà l’unico a restare fuori è una semplicissima pistola. 
La pistola a 6 colpi sarà caricata con un solo proiettile, poi il tamburo sarà fatto girare come nella classica
roulette russa.
Volta per volta sarà sorteggiato il concorrente che dovrà portarsi la pistola alla nuca e premere il grilletto.
Chi non muore vince. Chi muore perde. 
Applausi e linea alla regia. 


Il primo pensiero che ti passa per la testa quando sei seduto al cinema a vedere Live è che, sì in effetti, Eva Mendes è fica, parecchio fica. E’ talmente fica che rende tremendamente bene nella parte della manager in carriera. Perchè l’uomo vuole la biondina con le lentiggini per portarla al parco e per presentarla alla mamma. Per il sesso è meglio Eva Mendes, latina, morbida e cattiva che vestita da manager ti dà l’idea che ha dimestichezza con i consigli di amministrazione tanto quanto con le manette piumate ed i gatti a 9 code.  

 

Dicevamo che Eva Mendes è fica. Il problema è che lo sapevamo già anche prima di vedere LIVE. Il film è in gran parte un book fotografico della protagonista con frequentissimi cambi di abito, primi piani lunghissimi e sguardi languidi della bellissima attrice di Miami. Che per un po’ fanno piacere, ma dopo un ora e mezzo iniziano ad essere abbastanza ridondanti.

 

Probabilmente il regista Bill Guttentag voleva essere innovativo. Per questo gran parte del film è visto attraverso l’occhio di una telecamera digitale che segue i protagonisti per quasi tutto il film. Peccato che l’idea non è venuta solo a lui e da The Blair Witch Project è ormai chiaro che questa tecnica ha come unica utilità artistica quella di far venire il voltastomaco a chi, fra gli spettatori, sta bevendo una bibita gassata. 

Anche la sceneggiatura lascia un po’ a desiderare. Troppe parentesi lasciate aperte e poi abbandonate a loro stesse senza alcun motivo. Cosa c’è fra Katy ed il giovane regista? Perchè la sede di Los Angeles vuole silurare Katy dal suo incarico? Perchè succede quella determinata cosa sul finale? Una narrazione che lascia margini di immaginazione all’autore non è mai del tutto negativa, ma per film un attimino più impegnati. Da un filmino da videonoleggio prodotto dalla Fox come LIVE mi aspetto perlomeno una narrazione chiara e convincente. 

Adesso con tutte queste premesse dovrei stroncare il film?

Assolutamente no. Prima di tutto perchè il soggetto è estremamente interessante. 

Interessante ed in qualche modo verosimile. Cioè sembra vero, sembra possibile che nella televisione di oggi per fare ascolto si arrivi a fare uno show in cui la gente si spara in testa.

(In Inghilterra una ex inquilina del GF, malata terminale di cancro ha venduto i diritti delle immagini del suo matrimonio celebrato a pochi giorni dalla morte).

Sopratutto un film del genere crea un dibatitto. Mi sono fatto 40 Kilomtri di macchina a discutere del film domenica sera.  A discutere dei meccanismi del consenso e dell’attualità del reality show e di come la realtà da mostrare al pubblico forse non sarà mai (nemmeno volendo) quella che è, ma quella che quel determinato pubblico vuole che sia. Nello show di LIVE ci si spara in testa e si ha una probabilità su 5 di morire e 4 su 5 di vincere 5 milioni di dollari. E parlando ti vergogni ad accorgerti che forse non potrebbe essere una idea tanto peregrina. 

Il grande merito (forse involontario) del film è che non dà giudizi. Vuole essere un nuovo Truman Show nella critica alla televisione ed al pubblico di questa, ma si spinge ben oltre. Non c’è il finale mieloso con Truman (Jim Carray) che fugge dalle catene mediatiche e sopratutto non c’è nessuna fastidiosa ramanzina al pubblico/pecora come nel film di Peter Weir. 

Anzi alla fine  i personaggi dubbiosi sullo show si convertono, la morte in diretta diventa parte del paesaggio e chi l’ha inventata un precursore ed un genio.

Esci dalla sala e forse, non senza vergona, ti senti pure d’accordo con loro.

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